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Lunedì

Aggiornato il: 10 giu 2020





Sveglia alle sette.

Assonnata mi preparo per andare a fare fisioterapia.

Mentre guido penso che la pista ciclabile su Via Lungonera sia stata fatta senza criterio, ma capisco anche che questa considerazione è figlia della poca voglia di stare in macchina da sola.

Parcheggio e vado a fare il trattamento.

Mezz’ora di vibrazioni su tutta la colonna vertebrale.

La prima volta non avevo nulla da leggere così decido di portare con me il libro di Grossman “Che tu sia per me il coltello”.

Dopo dieci pagine mi addormento pensando che il protagonista del romanzo sia un accollo.

Uscita, torno a casa riflettendo sulle cose che ho da fare con un fondo di apatia che ultimamente mi accompagna.

Apro l’agenda.

La prima cosa che ho segnato è quella di chiamare il centro assistenza Epson perché la stampante fa come gli pare.

Ho la pazienza di stare ad ascoltare la voce registrata con annessa musichetta (brutta) per dieci minuti. Ci rinuncio.

Dopo una serie di relazioni telefoniche finisco il bozzetto per un murales.

Chiudo il lavoro a ora di pranzo.

Durante la fase uno ho cucinato tanto, con gusto e con la voglia di curare l’alimentazione.

In questa fase due / tre mi sono persa e sono tornata alle abitudini poco consone, tipo pranzare in piedi con un pezzo di salmone e del pane bruscato mentre Maria (la gatta) si struscia sulle caviglie ed io impreco per il pressing. (Non se po’ magnà in questo modo!)

Sono le due e come da copione accendo la tv.

Mentre torno davanti al PC, sento dalla sala che Grey’s Anatomy è iniziato, l’ho visto talmente tante volte che so tutte le battute.

16 stagioni di sesso, disperazione e balli di gruppo. Poi c'è un concentrato di "fregnaggine" mai vista in ospedale. Bah!

Continuo a lavorare pensando al fatto che farlo a casa da sola non mi piace.

Alle cinque e mezzo una videochiamata spezza la giornata. E’ stata salvifica.

Quando sono le sette decido che il lavoro è terminato.

Preparo la cena mentre mi ricordo di avere un appuntamento alle 20.45 per andare a camminare.

Faccio la pasta fatta in casa, condita con zucchine, cipolle, basilico, pinoli e parmigiano.

Come sottofondo ascolto Daniel Lumera, una scoperta di qualche ora prima consigliato da un’amica.

Mi rimangono impressi due concetti:

“sformarsi e prendersi poco sul serio”, che detta così direte: “Beh, che vuol dire?”

Vabbè, a me sono rimasti impressi! (consiglio vivamente di approfondire)

Alle otto e venti mi vesto tecnica visto che il tempo non è dei migliori.

Parto e arrivo nel posto dove avrei dovuto incontrare un gruppo di persone per camminare insieme.

Passano dieci minuti e non arriva nessuno, mentre aspetto vengo intercettata da una bambina che insieme alla mamma mi guarda e mi chiede cosa stessi facendo.

Parlando mi racconta che il suo papà fa le magie e sua mamma balla benissimo.

Saluta e se ne va.

Ok.

Sono sola, le cose sono due:

A_Torno a casa diretta.

B_Torno a casa facendo la strada lunga.

M’incammino, inizia a piovere, infilo il cappuccio e vado.

Nel tragitto incontro un amico in macchina che gentilmente mi chiede se avessi bisogno di un passaggio, rispondo di no e lo saluto, dall’altra parte della strada c’è un gruppetto di donne che girano verso il parco di Viale Trento.

Imbocco Viale XIII Marzo e ricordo di quando andavo a raccogliere le pigne con mio nonno.

Tira il vento che fa volare non aghi di pino (e silenzio e funghi) ma guanti di plastica e mascherine, automaticamente un pensiero va all’associazione con la quale ho collaborato qualche mese fa che si chiama Inspire Eco Participation.

Una delle loro attività è l’ecotrekking.

Camminando in montagna portano via tutta la merda che gli altri lasciano.

Mi balena l’idea di comprare dei guanti per lavare i piatti, un sacco e un astuccio per mettere il necessario in borsa e fare la stessa cosa in città. La mondezza non ha confini!

Finita questa riflessione cambio nuovamente strada perché il telefono mi dice che sono a 6000 passi e a quel punto il mio cervello dice: Fanne 10000 e via!

Passo sotto i palazzi di Via Mola di Bernardo e attraverso il parco che preferisco.

40 anni fa l’edilizia popolare aveva un criterio diverso, continuo verso Via Mozzoni.

Ero l’unica in giro, m’infilo nelle vie parallele perché la speranza di trovare un cartello con scritto vendesi non morirà mai.

Pensando all’edilizia popolare mi dirigo verso il Villaggio Matteotti. Un progetto che o si ama o si odia.

Lo amo da sempre. Qualche giorno fa un mio amico me ne parlava con tanto entusiasmo e lo capisco bene.

Sono arrivata a 11000 passi, ora posso tornare a casa.

Tutto questo per dire che lu cervello va a manetta e soprattutto che ho camminato con i calzini sbagliati che sono scesi sotto il tallone e rassegnata, li ho tenuti così per tutto il tempo.

L’immagine sopra è esplicativa!

Detto ciò posso affermare che:

Il lunedì è sempre un giorno complesso, però se cammini puoi apprezzare anche la pioggia, le luci accese delle case dopo cena, i ricordi d’infanzia, la storia della città e in fondo le vesciche non fanno così male.

E’ tutto,

Buona giornata,

Giulia

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