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Chi sono le CHICCONE?





Estate 2015: “Ciao Chicconi”, queste le parole uscite dalla bocca di Lucia, una delle mie più care amiche di adozione romana, nel salutare il nostro gruppo di amici in una sera d’estate ternana.

Tre secondi dopo, il termine “chiccone” decido di adottarlo anch’io.


Febbraio 2016: in balia di un periodo particolarmente pesante io e Lucia prendiamo il mitico pandino blu di casa Ceccarani e partiamo alla volta di Matera.

Saremmo dovute andare a Cracovia, il volo a stretto giro però era un salasso, così ci sembra naturale dirigerci verso sud, alla scoperta dei famosi sassi.

Con il quadro della macchina ancora spento, Lucia con la naturalezza che da sempre la caratterizza mi domanda secca: “Ma tu ce l’hai l’ansia ?“ - “Quanta te ne pare!” rispondo senza tentennamenti.

Non resta che girare la chiave, inserire la prima e dare il via al nostro viaggio.


Ci perdiamo senza capire come a Pescara poi, ritrovata la via ci prende la fame, così deviamo per Trani per pranzare in un ristorante sul lungomare.

Trani mi rimanda d’istinto a mio padre. E’ stato lui con paterna discrezione a determinare parte dell’immaginario che oggi mi supporta e mi accompagna.

I suoi film, la sua musica, la sua timida sensibilità, sono con il tempo diventati miei.

Trani per me e per mio padre vuole dire Turné di Salvatores, in particolare il girovagare di Bentivoglio e Abatantuono intenti a riprodurre la versione italiana de Il Giardino dei ciliegi di Cechov.

Un film uscito nel 1990 quando io e Lucia eravamo ancora bimbe spensierate.

L’anno successivo, nel 1991 scoppia la guerra nei Balcani, è da Trani venticinque anni dopo, e più precisamente da quel ristorante affacciato sul mare adriatico, che vediamo l’altra sponda, oggi Croazia, ieri Yugoslavia.

In quel preciso momento, anche se noi non lo sappiamo, iniziamo a tracciare la strada che ci avrebbe portato, verso quella che rimane la vacanza più intensa dei miei trentasette anni.

Restiamo a Matera per un breve fine settimana, tagliando il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, inseguendo ostinatamente il tramonto e cantando a squarcia gola “Marmellata 25” di Cesare Cremonini.

Passano altri mesi, la quotidianità torna a bussare alla nostra porta e noi la facciamo inevitabilmente entrare, non avendo la forza di resisterle.


Luglio 2016:

Sono in falesia con Sara, a San Lorenzo (Ferentillo).

La voce telefonica di Lucia lapidaria giunge alle mie orecchie: “Ad Agosto ce ne andiamo nei Balcani”.

Vorrei farvi ascoltare il vocale mandatole come risposta, ma non posso, così mi limito a riportare le testuali ed entusiaste parole: “Da paura, da paurissima, me pija benissimo, daje daje!”.


10 Agosto 2016:

Alla stazione quattro donne si salutano, due restano e due partono.

Terni, Ancona, Spalato, Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Kotor, Tivat, Dubrovnik e ancora Spalato.

A ferragosto con Lucia vado a Srebrenica accompagnate da una coppia sopravvissuta alla guerra.

Lei, Naida il suo nome, non torna in quel luogo da ventun'anni.

Poter essere lì con loro vuol dire stare dentro la storia, dentro le emozioni e purtroppo dentro la guerra.

Illuminate da Paolo Rumiz e dalle congiunzioni astrali combinate con i reciproci segreti, lasciamo su una lapide un mazzo di fiori gialli, delle margherite se non erro.

Sulla via di ritorno senza programmazione, come il resto del viaggio, viene fuori, non chiedetemi perché e per come, il discorso sui figli.

“Se sarà femmina la chiamerò Palmira” dice Lucia “Io Paloma”, rispondo.

E così le chiccone hanno un nome senza avere alcun battesimo.

Sono umane, spontanee, amano, sognano, si arrabbiano, conservano tutti i timori del mondo, una gran voglia di vivere e soprattutto due caratteri che finiscono per essere storia personale.

Si supportano ogni giorno anche quando non si sentono, loro non lo sanno o fingono di non saperlo, ma sono testimoni in carne e ossa di un’amicizia ventennale che ha imparato a non darsi limiti.


Dal 2016 al 2021

Le chiccone si sono spalmate su più supporti.

Hanno fatto parte di illustrazioni da mettere in casa, si sono trasformate in modelle per gli eventi organizzati da Bloom, il coworking dove lavoro e alla fine sono approdate sul muro del CAOS, il museo di Terni.

Le Chiccone sono in continua evoluzione.

Per quanto mi riguarda le amo di più quando sono grandi perché al di là delle dimensioni e dei colori, hanno una loro discrezione.

Sarà che tendono a sorridere molto e in fondo il sorriso lo immagino come una porta aperta che invita a entrare, che chiama alla scoperta.

Per questo ho pensato a loro per riscoprire Terni, una città che spesso dimentichiamo, lamentiamo, che snobbiamo.


Le chiccone da maggio per la prima volta, si animeranno e le troverete comode nelle tre puntate del “Corso di immaginazione urbana”, un progetto curato insieme a Lorenzo Bernardini per il Ministero dell’immaginazione Pubblica di Terni.




P.S. avrei dovuto raccontarvi di come sta andando avanti la storia del murale presso la Scuola Nobili.

Lo farò con calma!



Un abbraccio grande e un grazie a Simone Gobbi che con santa pazienza "ascolta con gli occhi" le cose che ho da dire e le revisiona :)

Giulia

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