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Giappone • 19° giorno

  • Immagine del redattore: giulia ceccarani
    giulia ceccarani
  • 16 feb
  • Tempo di lettura: 4 min



Le periferie delle città sono un termometro che mi dicono se posso stare ancora un po' in un posto o se voglio tornare a casa.

I luoghi dialogano con il mio stomaco.

Se è aperto, se ho fame, vuol dire che quell’ambiente lo sento come un possibile approdo. Se lo stomaco si chiude resto il tempo necessario e poi me ne vado.

Queste due settimane a Kyoto cercate e volute senza la necessità di divorare il Giappone sono state vissute principalmente ai margini. Abbiamo la fortuna di essere ospiti a casa di una cara amica e questo aiuta molto ad assorbire le giornate con uno spirito diverso.

La sensazione assomiglia un po' alle mani aperte messe nella terra fresca che, maneggiandola, resta sotto le unghie. Se ci spostassimo continuamente, almeno nel nostro caso, non resterebbe nulla se non un vago ricordo, con un tempo di metabolizzazione sfuggente, rischiando di sentire il processo una volta tornati in Italia. Così invece, in questa insolita lentezza del viaggio che per me e Valerio sono una fortuna, ci ritroviamo a mappare una città andando a cercare i confini.

Fantastichiamo guardando le case, pensando a quale vorremmo fosse la nostra d’accordo sulle dimensioni piccole per vivere e sullo spazio ampio per le nostre ricerche.

I margini sono anche le piccole terrazze umide con i panni stesi e appesi alle grucce. Sono gli infissi con la condensa, le case basse di legno che si alternano ai palazzi quasi tutti rivestiti con le piastrelle quadrate. La nostra è una caccia al tesoro al contrario, non sappiamo cosa cercare ma alla fine qualcosa o qualcuno ci stana e scopriamo tesori che non avremmo mai visto se non giocando con le incognite.

Qui è tutto una texture, di solito sono reticolati a base quadrata che si ripetono su più scale. Dalle facciate delle abitazioni moderne alla pianta di Kyoto fatta di linee perpendicolari e parallele. E allora è bene seguire la direzione che porta al confine, a quei luoghi dei quali spesso nessuno parla e che non rispettano l’immagine solitamente raccontata.

Andare ai margini, in effetti, porta con sé il rischio di trovare qualcosa che non ci piace, il rischio di rompere le aspettative e l’idea che da lontano ci eravamo fatti.


Due giorni dopo aver scritto questo, lasciando le parole sospese, mi trovo a dissentire sulla bellezza tanto decantata di Nara che margine non è affatto.

Sentivo la necessità di avere una relazione diretta con gli animali. L’assenza dei gatti è presente e pensavo di colmarla andando a parlare con i cervi considerati tesori nazionali e messaggeri divini.

Sarò impopolare ma Nara non mi è piaciuta.

Mi è piaciuto molto il viaggio in treno che attraversa una lunga periferia tra le due città. Le case basse di cui parlo si alternano a lunghi casermoni dove anche qui trovo tantissimi panni stesi sulle terrazze, fabbriche e di nuovo case con piante e giardini, tutti attaccati al millimetro e poi foreste di bambù, di nuovo case, stazioni, piccoli campi di riso, fiumi, orti e di nuovo, con lo sguardo che corre insieme al treno, abitazioni.

Scendiamo alla stazione.

Non riesco a fare foto, altro termometro che anticipa la scomodità di un luogo.

Nara la immaginavo intima, silenziosa e invece ci sono più parcheggi che templi.

I cervi, messaggeri shintoisti, credo si siano dimenticati il messaggio da mandare. Ormai l’unica cosa che fanno è chiederti dei biscotti e se non glieli dai mozzicano.

La flotta di gente (noi compresi), camminando in questi grandi viali, uccide la parte spirituale che non si trova più.

La sensazione che ho provato non è poi così diversa dai (fortunatamente remoti) sabati all'Ikea a Porte di Roma.

Ieri invece siamo andati a visitare il santuario shintoista Fushimi Inari Taisha, famoso in tutto il Giappone anche per il Senbon Torii (mille porte torii).

Fin quando non abbiamo abbandonato il percorso principale per salire sul Monte Inari, tutto era un brutale mercatino.

Gli odori di carne, di caramello, di okonomiyaki, di pesce e i souvenir, si intrecciavano alla nostra lunghissima processione inconsapevole mentre alcune persone del posto, con una pazienza encomiabile e le pinze telescopiche, raccolglievano la spazzatura dei turisti.

Più che un santuario ho trovato una fiera e una scenografia per una posa o per la possibilità di fare un salto cercando di toccare i torii più alti.

Niente, noi non ce la facciamo a stare fermi, a fare piano. Siamo come un blocco di fango che inesorabilmente scende durante un’alluvione e travolge tutto. Siamo dei divoratori.


Stasera mentre ero al konbini a fumare la seconda sigaretta della giornata (le conto perché qui si può fumare in pochissimi punti sparsi per la città) pensavo a questo posto che è sempre più casa ma lo è lontano dalla ressa, dalle vie luminosissime. Dai centri che sono consumo.

Chissà cosa c’è oltre la stazione di Fushimi Inari se invece di girare a sinistra verso le mille porte, girassimo a destra, oltre il Lawson market, oltre l’atm per ritirare i soldi.


Forse dovremmo imparare a lasciare che i desideri a volte restino tali, a vivere in quella sospensione restando in un sogno. A volte penso che sarebbe bello lasciare rimarginare i luoghi, farli respirare senza di noi.


È paradossale perché lo scrivo da qui, dal Giappone e per farlo non mi sono fermata, sono andata.


Forse l’equilibrio potrebbe essere quello di scegliere come stare negli spazi, tra le cose, con le persone.

Forse in punta di piedi, ai margini può essere una buona idea.

Forse proprio ai margini si trova ancora la traccia di una storia diversa per ogni luogo anche se le foto non saranno degne di un social network.



Al prossimo articolo :)




Giulia

 
 
 

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