Giappone • Prima settimana
- giulia ceccarani
- 7 feb
- Tempo di lettura: 3 min
6.2.2026 venerdì - Kyoto
Scrivo mentre sono in una caffetteria vicino casa prima di andare al Museo della ceramica raku.
Il pavimento, l’ingresso e il mobile all’entrata sono ottanio, i pensili cremisi e legno, una vecchia macchina per macinare il caffè verde bosco, le sedie, il bancone e i tavoli dello stesso legno dei pensili e del soffitto. Le luci sono soffuse.
Nessuno parla, siamo in tre:
La ragazza che sta confezionando del caffè nei sacchetti di plastica trasparente, una persona a fianco a me ed io.
L’unica cosa che si sente, a volume molto basso, è la musica classica che si alterna al silenzio, ai suoni delle tazze e alle forchette che tagliano il dolce.
Ho ordinato un caffè e una fetta di basque cheesecake. Ho aspettato molto prima di essere servita, poi ho capito che non c'era fretta e nella totale naturalezza anche fare colazione diventa una cerimonia.
Il Giappone mi suggerisce di riposare, mi dice che se siamo accorti e presenti, potremmo permetterci di avere un fornello acceso davanti al bancone del bar con l’acqua bollente durante una colazione.
Ieri, tornando dalla villa Imperiale di Shugakuin, ho attraversato i due fiumi, il Takano e Kamo che unendosi diventano unicamente Kamo.
L’acqua è bassa e si può decidere se passare dall’altra parte usando il ponte oppure fare lunghi passi o salti su dei sassi molto grandi e distanti gli uni dagli altri.
Non ci sono cartelli che invitano a fare attenzione. È implicito stare attenti.
Allora penso al nostro “metti caso succeda qualcosa” che viene sostituito con “è bene fare attenzione perché è anche mia la responsabilità”.
È una settimana che mi ritrovo ad avere una buona parte del cervello aperta e libera dalle preoccupazioni.
Solo vuoto e quindi spazio per costruire nuovi immaginari, per le emozioni positive, per sorridere pensando che non capire nulla di una lingua non è un problema, sorridere pensando che tempo fa non sarei mai partita, che stare qui oggi per me vuol dire vedere sbocciare tanti piccoli semi insieme ai pruni che piano piano stanno rinascendo in ogni parco.
Semi piantati nel tempo e per lungo tempo. Messi a dimora anni fa, quando prendere un treno o fare la spesa da sola era difficile, a volte impossibile. Anche in quel periodo, in quello che sembrava un terreno arido, qualcosa si stava muovendo. Nel frattempo leggevo Mishima, Kawabata, Murakami, Yoshimoto e Imai Messina. Mi perdevo nelle visioni di Carlo Scarpa, nei progetti di Sanaa, Kengo Kuma, Tange, Shigeruban, sfogliavo le riviste di GAHouse, ascoltavo Ryuichi Sakamoto e guardavo film di Kitano, Kurosawa e Wong Kar Wai ambientati in Giappone. Più recentemente portavo avanti un progetto su Matsuo Bashō con Valerio.
Alla fine, il Giappone l’ho intrecciato alle mie radici, fin quando non ho trovato il coraggio di metterci piede.
Forse per fare sboccare questi semi avevo bisogno di andare nei luoghi dove i giardini sono dei santuari e dove ogni cosa ha un’anima. In questa terra dove ogni casa che incontro, fuori dalla porta, ha talee, bonsai e piante. Dove prendersi cura mi pare effettivamente una religione.
Sono qui cercando ancora di capire il bidet senza mani, la carta igienica che non ha tre veli ma ne ha mezzo, l’ossessione per la plastica e il monouso, con una costante sensazione, quella che mi piacerebbe viverci. Almeno per un po'.
La settimana passata ho fatto amicizia con tantissimi alberi, sassi, aironi, falchi e pietre.
Non riesco a raccogliere nulla da terra perché non c'è niente da recuperare e se prendessi un sasso o una foglia avrei il timore di cambiare un equilibrio misterioso.
Qui sono una forma organica.
Alla prossima settimana,
Giulia


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