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"Quando tutte le cose stavano senza nome"

  • Immagine del redattore: giulia ceccarani
    giulia ceccarani
  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 4 min



Giugno l'ho concluso con una vacanza di quattro giorni al mare con Valerio, con l'idea di visitare la Costa dei Trabocchi. Vacanza che si è tramutata in quattro giorni di "nulla fare", tra campeggio, spiaggia, mare, mare, spiaggia, campeggio, letture e passeggiate.

Abbiamo lasciato la macchina il giorno in cui siamo arrivati e l'abbiamo ripresa il giorno in cui siamo ripartiti.

La gioia, oltre al riposo, è stata anche quella di essere approdati in una delle spiagge di Torino di Sangro, dove ho fatto incetta di rami levigati dal mare e dal vento e sassi dalle facce buffe. Invece di portare souvenir sono tornata a casa con questo materiale e a inizio luglio l'ho allestito all'interno della chiesa della Romita.

Non c'era un progetto per loro ma volevo che stessero lì, in un luogo che è stato dei Cappuccini prima, abbandonato per secoli poi e recuperato sessant'anni fa dalle sorelle Quargnali, Enza e Paola insieme a Ben, il marito di Enza, per trasformarlo in una scuola d'arte. Uno spazio di preghiera che è sempre cambiato dove però un dialogo altro è sempre esistito.

Alla Romita, oltre alla chiesa, ci sono due santuari: una quercia secolare e un bagolaro altrettanto grande.

Sono gli alberi dove spesso si sosta solo per il piacere di farlo e mi vengono in mente i santuari shintoisti giapponesi, altri ambienti nei quali il silenzio diventa spazio di ascolto.

Qualche giorno prima della partenza per il mare, Paola (un'altra Paola) mi aveva portato degli scarti di un'azienda con la quale collabora. Una realtà felice del territorio ternano: Materie Unite.

Così anche loro, gli scarti, li ho messi a terra a decantare, divisi per forma e dimensione.

Mi piaceva l'idea di farli impregnare del luogo.

Guardavo, giravo intorno a tutto il materiale e non facevo altro. 

Avevo iniziato una residenza alla Romita.

Ah, in tutto questo il 2 luglio era anche arrivata la comunicazione della commercialista riguardo le tasse del 2025. Una comunicazione capace di farmi chiudere lo stomaco per un giorno intero e piangere dalla rabbia lo stesso giorno intero. Quindi, dovevo necessariamente trovare un lavoro part-time flessibile per poter continuare a fare il mio e pagarci le tasse. Sapendo che La Romita aveva un posto vacante per il personale delle pulizie ho alzato la mano e mi sono proposta.

Dentro questa cornice è iniziata la residenza.


Dopo aver osservato per giorni tutti quegli elementi sono tornata al primo progetto realizzato con Valerio, sono tornata agli haiku, sono tornata in Giappone stando a Terni, nel giardino della Romita, approfittando del lavoro di Daniele, artista e giardiniere, che con cura sposta il secco e con generosità mi avverte quando ci sono mucchietti di elementi naturali da adottare prima di buttarli.

Inizialmente pensavo di usare solo gli scarti di cartone, immaginando una grande scultura ma non ero minimamente convinta di questa direzione.

Dopo due ore l'avevo accantonata per noia. L'avevo anche accantonata perché sentivo che l'impulso proveniva da un fallimentare tentativo di stupore verso fuori.

Non stavo lavorando per me ma per qualcos'altro.

Capito questo ho pensato agli scarti di cartone come a dei piedistalli, a delle basi su cui esporre tutto ciò che sarebbe stato buttato di naturale. Avevo voglia di rendere grazie ai rami secchi, ai fiori appassiti, ai sassi che si calpestano, alle radici tolte.

Sono tornata a “casa”, nei gesti di un lento e perpetuo rituale.

Fare un foro su una base di cartone su cui installare un ago di pino o i fiori semprevivi dai colori tenui oppure togliere una parte del cartone alveolare e far sì che quel favo diventi una texture dove inserire foglie e nuovamente fiori secchi a disposizione.

In questi giorni passati mi sono sentita una mediatrice dell'esistente da trasformare. Mediazione tra lo scarto e noi che scartiamo. Attraversavo la scuola come se fosse anche lei parte del processo e procedendo ritrovavo un senso e tutto mi riportava a una dimensione paradossalmente terrena.

In quel momento, prima di terminare queste installazioni, ho pensato che avrei voluto fare un concerto per loro.

Per quelle che Mariangela Gualtieri definisce "tutte le cose che stavano senza nome".

E allora la chiusura della residenza è terminata appunto con un concerto di musica sperimentale, dedicato all'apparente residuo, al margine, coinvolgendo il pubblico che, oltre a portare un proprio elemento naturale e una foto di antenati, ha suonato insieme a noi rami su superfici, carte, fiori, siepi di bosso, campane e vasi.

Questo per me e per Valerio è un modo per porre attenzione ai suoni che produciamo e alle cose che ormai non vediamo.

Per arrivare al punto in cui non servirà mettere un ramo su una base per vederlo e riconoscerne la bellezza, ma basterà guardarlo nel suo contesto.

Per camminare in punta di piedi visto questo periodo storico in cui si è ciechi, alla guida di carri armati infuocati, con l'odio come benzina e intenti a contendersi il resto delle carcasse.


L'evento di giovedì 23 luglio è un seme.

Ringraziamo di cuore le persone che hanno fatto parte di questo progetto nascente per aver partecipato con grande apertura e disponibilità.




E grazie a chi leggerà l'articolo,

Giulia


 
 
 

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